Al figlio lontano
di Mimoza Pulaj
ISBN: 978-88-5516-193-0
Formato: E-Book
Genere: Poesie
Anno: 2019
Pagine: 160

La poesia di Mimosa Pulaj in quest’ultimo volume si è arricchita di un nuovo colore nel suo spettro, di una nuova dimensione nello spazio, della dimensione sottilissima ed infinita della maternità. Canti di una madre per il figlio: non ninne nanne per il bimbo,ma canti d’amore, d’incoraggiamento, di gioia, di nostalgia e di vittoria. L’io lirico dell’Autrice cammina parallelamente al Tu del figlio, che è presente e assente nella sua poesia. È la poesia di un’emigrante che si rivolge ad un altro emigrante che ha il suo stesso sangue. Una poesia che abbraccia due continenti, che sprofonda nelle viscere della Terra Madre, che s’innalza fino al cielo. Una poesia ermetica come un sole oscuro che irradia luce. Una poesia fra ermetismo e post-ermetismo. Madame De Staël affermò in una celebre frase “Il genio non ha sesso” e diceva il vero nel senso che, secondo la nostra convinzione, a livello estetico non esistono frontiere fra le letteratura maschile e quella femminile, che le differenze, se si ammettono, sono soltanto storiche e culturali (di numero, di contenuto). Uno dei più antichi poemi della storia (scritto nel 2150 a.c.) è opera di una donna, una principessa sumeriana, Enheduana, la figlia dell’imperatore Sargone il Grande. E Saffo, nell’antica letteratura greca, raggiunse i vertici della poesia lirica, pari ad Alceo. Nell’antichissimo genere della poesia, fin dai primi tempi, uomini e donne camminarono parallelamente. Più tardi vi furono autrici che determinarono svolte nelle letterature del loro paese (la Staël nella letteratura francese, nei tempi moderni la Woolf nella letteratura inglese, la Dickinson nella letteratura americana). La poesia (e in genere l’arte) è ermafrodita. Però i poeti maschi non percepiscono (o percepiscono assai difficilmente) in tutta la sua completezza il raggio ultravioletto della maternità, che scaturisce dalla profondità del sangue, dalle viscere delle poetesse donne. Il talento ha anche i suoi limiti. Se la poesia femminile è pari in bellezza a quella maschile, è necessario aggiungere che è maggiormente ricca di intuizione, freschezza e sensibilità, perciò più vicina all’ideale della “poesia pura”, meno viziata dal contenuto ideologico. Questa freschezza e sensibilità caratterizza anche la poesia della Pulaj, per quanto la suddetta poesia, essendo profondamente moderna, sia poesia di pensiero ed elitaria che, in genere, rifugge dagli sfoghi appassionati del sentimento cari ai romantici. Vi sono poetesse in cui predomina il sentimento, una certa ingenuità quasi infantile (nel loro “io” lirico prevale il “fanciullino” del Pascoli), altre che raggiungono mirabili effetti di eufonia. La Pulaj predilige il verso libero (per cui si preclude le armonie di poesia che promette la sua lingua natale, ricchissima di suoni, armonie raggiunte da alcuni poeti albanesi, cultori della forma come Lasgush e Noli). Il ritmo della sua poesia non è ostacolato da regole di rima e metrica, è un ritmo interno, un ritmo di respiro e di spirito, perciò ammette una poesia bilingue come quella dell’autrice, poiché la perfezione di certi effetti musicali, caratteristici di date lingue, possono rendere alcune poesie intraducibili o quasi. È un ritmo caratterizzato da alti e bassi, con cadute e balzi improvvisi, con versi brevi come l’ansito del respiro, con esplosioni istantanee da cui scaturiscono parole – chiave. La poesia di Mimosa è dominata dalla metafora, è tutta pervasa dalle metafore che si trasformano di volta in volta in simboli. Queste metafore sono non di rado doppie ed anche triple con un sapore di poesia orientale. La fantasia ardita di Mimosa unisce in queste metafora l’astratto ed il concreto, in alcuni casi due nomi in altri nomi ed aggettivo. Sono, metafore che spesso si allargano fino ad abbracciare lo spazio carta dell’onda, tela dell’Universso, respiro della notte, bianche di bugie, scariche di luce, nudità della luce, lingua dei tramonti, lettere dorate di stelle, linfa dell’amore. Alcune di queste metafore sono ardite e originali. Tale è la metafora bianche di bugie con il curioso epiteto bianche che esprime l’ambivalenza delle cosiddette bugie innocenti (che in albanese sono chiamate “bugie bianche”) che non sono sempre tali, a volte sono illusioni, autoinganni, a volte inganni consapevoli che si vestono d’innocenza. Bellissima è la metafora lingua dei tramonti, lingua di fuoco. Nasce spontanea la domanda; e perché non “lingua dell’aurora”? Probabilmente perché l’aurora simboleggia un inizio ed il tramonto la maturità o perché la lingua dei tramonti si addice all’età dell’autrice con cui il figlio, rappresentante dell’avvenire, deve comunicare. La poetessa si trova fra il passato ed il futuro, che apparterrà al figlio più che a lei, in un presente ardente di lotta. Poi troviamo epiteti sorprendenti, ma felici come quello che caratterizza la valigia: innocente. Perché “innocente”? La valigia è innocente del dolore della madre che deve separarsi dal figlio è inconsapevole delle speranze di avvenire di quest’ultimo, è un semplice oggetto privo di sentimenti e di responsabilità, ma viene caricato dei sentimenti e pensieri contrari della madre e del figlio, assurge a simbolo di sofferenza o di gioia, ma restando oggettivamente al di fuori di tale sofferenza e tale gioia. Le lettere dorate di stelle rappresentano con efficacia il codice con cui l’essere umano, la stessa poetessa, tenta di comunicare con il Cosmo ed insegnare al figlio questo linguaggio magico. Vi sono anche epiteti inventati come color crudeltà, vi sono epiteti composti per significare dei colori particolari come quel giallo – turchino. La poesia della Pulaj è ricca anche di sinestesie ed ossimori, figure che riuniscono in sé campi diversi ed antitesi interne: respiro azzurro, versi in abito azzurro, verde speranza, riccioli d’azzurro, sogni di legno, luce di fango, freddo inferno. Molto originale è l’immagine del sole di fango scarlatto, una metafora triplice, che riunisce in sé le immagini del dittatore e della dittatura, falsi soli sotto cui gli albanesi erano “obbligati a marciare felici”. Due metafore – simboli ricorrenti nella poesia di questo volume che possono essere definite come parole –chiave sono la nave ed il treno che simboleggiano di volta in volta madre e figlio, due viaggiatori strappati dalla propria terra e che viaggiano verso l’ignoto. A queste metafore fanno riscontro altre due che ne generano delle altre: il mare ed il sole, le quali divengono radici di famiglie di parole e contemporaneamente dipingono paesaggi, quadri caratteristici dei due paesi in cui spazia il pensiero della poetessa: l’Albania e l’Italia. L’immagine del monte, tradizionale nella poesia albanese, appare anche nella poesia di Mimosa, ma più di rado e così pure l’immagine dell’aquila, tipicamente albanese. Manca invece un’altra immagine tradizionale, quella della quercia. La poesia di Mimosa è prevalentemente una poesia di fuoco, ricca di parole che lo ricordano, ma a volte odora anche di mare, del mare che la divide dalla propria patria e dell’oceano che la divide dal figlio. È una poesia concisa in cui domina la sintesi. Inoltre è una poesia in essenza visiva (non auditiva), con uno spettro ricco di colori. In qualche istante, si arricchisce anche dal lato olfattivo, attraverso il simbolo del profumo/ odore che si manifesta come aroma di creature o anche di fenomeni come la guerra. La poesia della Pulaj si sofferma su temi intimi che si allargano fino ad abbracciare vasti orizzonti e temi maggiori che si rifrangono in un’ottica particolare, individuale come nella lirica “Terra addormentata” dove la guerra è vista con gli occhi delle madri attraverso una vasta sintesi, in tutta la sua tragicità, ma senza sfoghi verbali d’indignazione e di pietà, atraverso al simbolo della rossa pioggia. La poesia della Pulaj non è impegnata in senso politico, ma neppure si chiude nella rocca del “arte per arte”, per quanto elitaria e frutto del culto della forma. La poetessa sente e condanna attivamente i mali del suo tempo ed in concreto i mali della sua Albania e le sofferenze degli emigranti, condanna il razzismo, il ribaltamento dei valori e ammira l’umanesimo, la solidarità umana attraverso liriche profondamente sentite come “Ladro d’amore”, “Albania 1997”, “All’Europa”, “Giunto dall’altra riva”, “Finestra straniera”, “Mani italiane”, “L’uomo ed il lupo”. La poesia della Pulaj è in essenza drammatica, a volte tragica, ma non pessimistica come la poesia di molti autori odierni. È una poesia combattiva che reca in sé un messaggio d’amore e di speranza. L’Autrice non è una cosmopolita indifferente che si dichiara cittadina del mondo, canta la sua Albania ed anche il paese d’accoglienza, l’Italia, nel suo duplice aspetto umanitario e razzista, canta l’America in cui vive il figlio, l’America il cui simbolo è la Statua della Libertà, ma che è anche contaminata dalla filosofia di lupi, che incarna drammaticamente l’antico detto “Homo homini lupus”. L’uomo viene contrapposto dall’Autrice al lupo, non al lupo – belva, ma al lupo – uomo. La poesia della Pulaj ha un’apparenza di oggettività, ma esplode di volta in volta in brevi gridi. Tragica e commovente è la lirica “Fragile creatura” in cui è descritto il degrado di un essere umano, una donna, rivestita di falso splendore, in nome di falsi idoli come il Piacere ed il Denaro. La poesia di Mimosa è nella sua essenza, una poesia d’immagini, ma in essa qua e là germogliano all’improvviso dettagli come il bimbo che saltava nel letto, che reca alla madre le margherite, come il letto vuoto che sottolinea l’assenza del figlio in una festa. Il telefono appare nel volume con il suo nome concreto, ma anche sotto una veste metaforica e simbolica (la porta che unisce i petali del sole sotto la luna). E così pure i tram sono concretamente nominati, ma sono contemporaneamente simboli. Ma accanto al lessico moderno troviamo anche immagini tradizionali come il camino, il ballatoio, il pozzo, il prugno. Un semplice gesto di accoglienza tradizionale, l’offrire biscotti e caramelle assurge a simbolo dell’ospitalità albanese. La poesia della Pulaj, è, come abbiamo affermato, ermetica e anche post – ermetica. L’ermetismo della poesia di Mimosa è affratellato all’ermetismo contemporaneo albanese, ma anche all’ermetismo italiano, che vide come corrente per la prima volta la luce in Italia ed ebbe il suo programma estetico, mentre l’ermetismo albanese non lo ebbe e si manifestò attraverso le poetiche individuali di alcuni autori.Quest’ermetismo non è stato assunto dall’autrice come moda, ma ha le radici nel profondo della sua individualità poetica, perciò la sua apparente oscurità è inframezzata da “scariche di luce” per usare parole della stessa autrice. Nel volume della Pulaj si possono distinguere delle liriche che spiccano maggiormente per sensibilità, concisione ed efficacia come “Fra le goccce di pianto ...”, “Al mio sguardo”, “Tutto è lontano”, “Amo le parole”, “Scrivimi nella lingua dei tramonti”, “Il mio cuore non sa”, “Sulla tua valigia”, “Un grido senza suono”, “Ha ormai la tua età”, “Giunto dall’altro riva”, “In un giorno di festa”, “Mi hai dato la gioia”, “Terra addormentata”, “L’uomo e il lupo”. Me nell’intero volume scorre una corrente di genuina poesia.

     
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