Er massimo der minimo
di Vittorio Banda
ISBN: 978-88-6096-260-7
Formato: Rilegato
Genere: Poesie
Collana: Varia
Anno: 2008
Pagine: 96

La raccolta di Vittorio Banda si apre con un tributo a Diogene di Sinope, il filosofo che, si dice, abitasse in una botte e andasse in giro per Atene con una lanterna in mano, alla ricerca dell’uomo.
Ho pensato profondamente al fatto che i poeti, spesso, non premeditino la raccolta dei propri versi e credo che anche Vittorio non sappia quanto e in quale misura lui assomigli alla sua fonte. In un’epoca completamente differente, Banda ripropone gli stessi problemi: vuole trovare “n’omo che avesse la conoscenza infinita d’essere ’na creatura debole e finita”. Sa, e lo dice, che probabilmente è un’utopia, ma sostiene che per poter trovare non si deve mai smettere di cercare.
Quest’apparente contraddizione emerge in tutta la raccolta, il titolo stesso sembra un paradosso: Er massimo der minimo non risparmia nessuno. Vittorio sembra gridare, a quella sua tanto citata “umana gente”, che l’amicizia è sempre più rara, che la politica non è più, e forse non è mai stata, una cosa per gli umili. I potenti non si curano d’altro che dei propri problemi personali e sia a destra che a sinistra l’Italia perde quota, credibilità. Gli italiani dimenticano la storia e usano termini impropri: “Per cui annamoce piano a dire: libertà! Pensiamo a li morti per essa nell’umanità. Abbiamo più rispetto pè la vera storia, e serbiamone sempre viva la memoria”.
Quindi qual è la libertà che le persone tanto declamano? Quella del denaro? Del potere fine a se stesso? Il poeta non ci sta, non lo accetta e lo sottolinea con ogni mezzo necessario. Come un cavallo da corsa, mezzo imbizzarrito, prende in mano una penna e la usa come arma per disarmare. Prende un dialetto che non è il suo e si affida al romanesco; ringraziando Trilussa, Pasquino e gli altri della capitale, riempie la sua terza raccolta di versi: perché questo dialetto si presta alla franchezza, allo spontaneismo, alla voglia di dire tutto ciò che si pensa, senza mezzi termini. Prende di mira la rima, come gioco di parole, per creare quel chiaroscuro di riso amaro necessario alla discussione sulla sofferenza.
Fa ridere Vittorio. E come un Esopo, ma anche un Orwell, di noialtri, ci racconta favole in cui il Leone o la Leonessa, capi indiscussi della foresta, si fanno consigliare da animali minori, dando all’umile quella saggezza di cui anche i migliori sovrani sono sprovvisti.
Ma fa anche piangere. Con la bellissima “Solitudine”, l’autore entra in un dipinto di poco valore, e si mette a passeggiare con il viandante lì raffigurato. La fantasia non muore mai se la voglia di vivere vince sulla tristezza, sulla speranza data da qualcosa di più grande. E questo qualcosa di grande il poeta lo cita spesso, la sua fede per un Dio che dà la forza di andare avanti. Forse anche per questo motivo alcune liriche sono così lapidarie: temi come l’eutanasia, la parità tra uomo e donna e la crisi della famiglia non lasciano molto spazio al dibattito. Vittorio la pensa così. In conclusione, che mi sia impedito di essere prolissa, vedo un uomo che ama la vita e che dedica il suo tempo a difenderla in un modo diverso dal mio, ma con un mezzo degno di nota qual è la poesia. Un uomo speciale che ho avuto la fortuna di conoscere.
Sashinka Gorguinpour

     
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